Solennità dell’Immacolata Concezione
(Gen 3,9-15.20; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38)
«Dove sei?»
Il racconto della Genesi ci presenta Dio che passeggia nel giardino e chiede ad Adamo: «Dove sei?».
In questa domanda non c’è il rimprovero di un giudice, ma la voce di chi ama; è la voce di una mamma
o di un papà che cerca il proprio bambino quando non lo vede.
È la domanda di sempre che Dio ci rivolge: «Dove sei?». Un Dio che non si rassegna a perderci, anche quando
l’uomo scappa, si nasconde, si protegge male, come Adamo ed Eva.
San Paolo, poi, nella lettera agli Efesini, ci ricorda da dove viene quella voce che ci cerca: viene da un Dio
che sogna per noi la libertà dei figli, non la paura degli schiavi.
L’Immacolata è questo: l’attestazione che Dio vince il male non con la forza, ma anticipando l’amore.
Maria è amata all’origine, come ciascuno di noi lo è nel cuore di Dio, anche se non sempre riusciamo
a crederlo.
«Gioisci»
Ed ecco il Vangelo. È come se quella domanda «Dove sei?» trovasse finalmente una risposta in una
casa di Nazaret. L’angelo entra da Maria e le rivolge la prima parola che dovrebbe sostenere ogni
cammino di fede: «Gioisci». Non «temi Dio», ma «gioisci». Non è una gioia superficiale, fatta di
sorrisi obbligati, ma la gioia che nasce da un fatto: Dio è con te, “piena di grazia”, cioè amata per sempre
e gratuitamente.
Dio ama la gioia, non quella rumorosa, ma quella che nasce quando ci rendiamo conto che Dio non è
contro di noi, ma per noi. E Maria ascolta questo saluto e non scappa, non si nasconde come Adamo.
Rimane. Si lascia raggiungere da una promessa più grande di lei.
E lo stesso San Paolo ci ricorda che, prima ancora di esistere, eravamo pensati, scelti, desiderati:
«Ci ha scelti in Cristo prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati nell’amore».
Qui sta la radice della festa di oggi: non è Maria a costruirsi immacolata, ma è Dio che custodisce in
lei un sogno intatto, perché attraverso di lei possa ricominciare una storia aperta, non segnata dalla
paura e dal peccato.
La solennità dell’Immacolata parla anche di noi: non siamo definiti dai nostri sbagli o dal nostro peccato,
ma dallo sguardo che Dio posa su di noi, dalla certezza che niente potrà toglierci il suo amore.
«Avvenga in me»
La risposta di Maria non è un semplice «sì». In greco è un ottativo, il modo verbale del desiderio: «Si
realizzi in me ciò che tu dici». La fede si consegna nel desiderio, in un consenso creativo: «Avvenga
anche in me».
La fede vive nella disponibilità di chi permette alla Parola di prendere forma dentro di sé. Non passività
ma fiducia attiva: è l’immagine di una libertà che fa spazio a Dio. Maria non comprende il “come”,
ma ha una certezza: «Il Signore è con me».
L’Immacolata non è un monumento da ammirare, ma una parola per noi. Ci ricorda che Dio sa custodire
nel nostro cuore uno spazio libero, non avvelenato dalla rassegnazione o dal male: uno spazio in cui
donne e uomini possono rialzarsi e non arrendersi al peccato.
Il suo messaggio è semplice e forte: il male non ha l’ultima parola, né su Maria né su di noi. E la salvezza
non accade per magia: prende corpo ogni volta che il nostro desiderio di vivere in pienezza,
di essere felici, si intreccia con il desiderio di Dio di garantirci la vita. È qui che risuona anche per noi
la parola che l’angelo porta a Maria e che tutti, anche oggi, attendiamo: «Gioisci».
Mi piace concludere con le parole che Papa Leone XIV ha pronunciato l’8 maggio scorso, nella sua
prima dichiarazione pubblica dal balcone della Basilica di San Pietro, subito dopo l’elezione: «Dio ci
vuole bene, Dio vi ama tutti, e il male non prevarrà!».
Don Ezio