Prima Domenica di Avvento – Omelia di don Ezio Falavegna Parroco della Cattedrale

Is 2,1-5; Rm 13,11-14;  Mt 24,37-44

Prima Domenica di Avvento

L’Avvento comincia con parole che sembrano da allerta, più che da festa: “Vegliate”, dice Gesù. E san Paolo aggiunge: “È ormai tempo di svegliarvi dal sonno”. Isaia, invece, apre un orizzonte: una montagna verso cui tutti i popoli salgono, attratti da una pace che ancora non conosciamo.

La Parola di Dio ci mette davanti a un’esperienza che appartiene a ciascuno: vivere tra ciò che è e ciò che potrebbe essere; tra il mondo che conosciamo e quello che Dio ci consegna come promessa.

Un messaggio che possiamo raccogliere in due immagini: una città che si sveglia e una porta che si apre.

1. La città che si sveglia (Rm 13,11-14a; Mt 24,37-44)

Paolo scrive: “è ormai tempo di svegliarvi dal sonno”. L’immagine rimanda a quando una persona si sveglia non perché glielo comandano, ma perché la luce comincia a filtrare tra le tende.

E Paolo dice: la luce sta già venendo. Non dobbiamo crearla noi, né meritarla. È Dio che sta facendo irruzione, e il nostro compito è accorgercene.

Gesù poi fa un passo ulteriore: racconta il diluvio non per spaventare, ma per descrivere una normalità addormentata. Mangiare, bere, sposarsi. La vita scorre, eppure potrebbe scorrere tutta senza accorgersi del suo centro.

Il contrario del vegliare non è dormire: è vivere come se non ci fosse nulla di più. È smettere di attendere qualcosa. È rassegnarsi a una vita che si ripete, senza domanda, senza speranza, senza sbilanciarsi mai.

Il Vangelo ci chiede una veglia che non è ansia, ma è presenza: essere vivi nella propria vita. Accorgersi di quello che accade dentro. Lasciarsi disturbare da una presenza che non si vede ancora, ma che già pulsa. Proprio come una mamma che attende la nascita del proprio bambino, che non vede ancora, ma che riconosce dentro il proprio grembo.

2. La porta che si apre (Is 2,1-5)

Isaia fa un annuncio che sembra un miraggio: popoli che hanno smesso di farsi guerra, aratri al posto delle spade, una città diventata punto di incontro, non di difesa. Ma la cosa più sorprendente è la direzione del movimento: “Venite, saliamo sul monte del Signore… Egli ci indicherà le sue vie”.

È Dio che apre la porta, e i popoli si mettono in cammino.

L’immagine è coraggiosa perché non nasce da tempi di pace, ma da un periodo buio della storia di Israele. È come se Isaia dicesse: “Proprio quando tutto sembra chiuso, Dio apre un varco”.

La fede non è una fuga: è un passaggio, è entrare in una porta che Dio apre nella realtà. 

E noi, come i popoli del profeta, siamo chiamati a muoverci, non a sognare una pace astratta, ma a cominciare a far spazio alla pace nei gesti piccoli: relazioni meno conflittuali, scelte più libere dalla paura, parole che non feriscono.

Dunque, il tempo dell’Avvento ci chiede due movimenti:

1. Svegliarci alla vita che già abbiamo: guardarla da svegli, essere presenti.

2. Cercare la porta che si apre: una via di pace lì dove c’è conflitto; una via di libertà dove c’è dipendenza; una via di coraggio lì dove c’è rinuncia. 

L’Avvento ci chiede di guardare a questo: una città che si sveglia, la nostra vita che si ridesta, e una porta che si apre, la promessa di Dio che ci attira avanti.

Non siamo chiamati a indovinare il futuro, ma a riconoscere che qualcosa di nuovo sta già bussando, e ad accorgerci che il giorno sta nascendo.

Don Ezio

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