Seconda domenica di Avvento – Omelia di don Ezio Falavegna Parroco della Cattedrale

Is,11,1-10; Mt 3,1-12

Le letture di oggi ci portano nel cuore dell’attesa. L’Avvento non è la nostalgia del passato né l’ansia per il futuro, ma il punto in cui Dio e il nostro presente finalmente si incontrano. E per raccontare questo incontro, la Parola usa due immagini forti: una voce nel deserto e un uomo che vive dell’essenziale, Giovanni il Battista.

Vorrei lasciare che siano proprio queste due immagini a orientare il nostro cammino.

1. Una voce nel deserto: Dio parla nei luoghi del limite

Isaia annuncia un germoglio che nasce da un tronco apparentemente morto. È una visione potente: Dio fa ripartire la vita proprio dove noi vediamo solo limite, fallimento, stanchezza.

Eppure, nel Vangelo, questa speranza cresce lontano dai luoghi “importanti”: non nel tempio, non nei palazzi, non nei luoghi dove si decide il futuro. Nasce nel deserto, dove nessuno abita.

La voce di Giovanni è scomoda perché parla dove non c’è rumore. Ed è questo che ci riguarda: il deserto è ogni spazio in cui siamo nudi, non protetti da ruoli, scuse, maschere.

Ognuno ha il proprio deserto: un rapporto ferito che non sappiamo come ricucire; una solitudine che tace ma pesa; un lavoro che non dà più senso; una fede che procede a fatica; un limite personale che ci fa sentire “meno”.

È lì che Dio vuole parlare. Non nelle nostre perfezioni, ma nei nostri vuoti.

La voce di Giovanni grida non per urlare contro il mondo, ma per risvegliare ciò che in noi è addormentato. Non dice: “Diventa un altro”, ma dice: “Lascia che Dio ti raggiunga dove sei davvero”. È Dio che ti chiama proprio nel punto che vorresti evitare.

Non per rimproverarti, ma per dirti: “Lì dove non vedi futuro, Io posso far nascere un germoglio”.

2. Il vestire e il cibo del Battista: uno stile che libera

Matteo descrive Giovanni con due dettagli: una veste ruvida e un cibo essenziale. Non sono eccentricità da asceta, ma un messaggio incarnato. Giovanni è libero: non dipende dal giudizio degli altri; non consuma la vita rincorrendo ciò che promette felicità e poi svuota; non ha bisogno di apparire.

Il suo modo di vestire e di mangiare è una provocazione mite ma potentissima: che cosa ci serve davvero per vivere? E che cosa invece ci appesantisce?

Non è un invito al minimalismo: il Vangelo non è una dieta spirituale. È un invito alla verità: quando facciamo spazio, Dio trova una porta aperta.

Quando smettiamo di riempire tutto — la mente, le agende, le relazioni, la casa, i pensieri — allora può nascere quel germoglio di Isaia.

Oggi il rischio non è la povertà: è la saturazione. Non mancano cose, ma senso. Non mancano parole, ma ascolto. Non manca il tempo: manca la direzione.

Forse allora l’Avvento è proprio questo: lasciare andare ciò che soffoca, per fare spazio a ciò che salva.

E, come il Crocifisso ricorda a don Camillo nei racconti di Mondo piccolo di Guareschi, quando il parroco si perde nell’agitazione e nelle battaglie di paese, è nel silenzio e nell’essenziale che il cuore torna a vedere ciò che conta davvero.

Don Ezio

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